Rokia Traoré


Il suono di una voce, travalica spesso il senso delle parole.

Anche se non trovo traduzione a questo testo,

ciò che esprime è da cogliere intensamente.

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Offerta


 

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L’offerta è parte della storia dell’Uomo, ma è stata relegata a qualche festività che non ha più alcun senso, come poteva essere il Carnevale. Un’altra festività, dove ricordo si facevano offerte, era la notte dei morti. Si mettevano dei cibi sui davanzali e noi bambini non dovevamo toccarli. Oggi, se parli di cose del genere, rischi qualche denuncia per spreco di beni di prima necessità. J

Eppure, ho imparato a fare offerte proprio con il buddhismo, e non le trovo per niente arcaiche o superstiziose. Il dare, senza sapere chi prende, è un atto importante per la nostra stessa sanità mentale. Non possiamo dimenticare una cosa tanto importante. Possiamo dare qualcosa a un povero, possiamo dare vestiario alle associazioni, possiamo offrire anche il nostro tempo nel sociale, ma il dare, il semplice gesto di prendere un pezzetto di pane e darlo, non lo fa più nessuno o quasi.

E allora, vi propongo di farlo. Vi propongo di lasciare qualcosa a queste energie che ci circondano e di cui non siamo coscienti se non nei momenti più intensi della nostra esperienza di vita.

Lasciate un cucchiaio di minestra nel piatto, e non lavatelo subito. Lasciate un pezzetto di pane sul tavolo, o una fetta di un frutto, lasciate qualcosa a queste energie. Non morirete di fame per questo.

Immaginate di offrirlo per il bene di tutti gli esseri che hanno bisogno, oppure alle anime che non hanno trovato la via della luce e vagano sulla terra. Immaginate di offrirlo, e che sia abbondante, e che basti per tutti, moltiplicandosi come per magia.

Provate a dare senza chiedere nulla in cambio. Le energie che si libereranno non sono controllabili da voi, si muoveranno da sole. Fate questa ‘donazione’ anche pensando che nutrirete i ‘bambini’ di questi esseri, che cresceranno sereni. Non ha importanza che ci crediate veramente, ha importanza che l’atto sia fatto.

Non so se nutrirà veramente questi esseri, ma so che aiuterà noi stessi, e quindi stiamo agendo per il bene di tutti gli esseri, perché il bene fatto, si diffonde naturalmente ovunque.

A cosa serve fare tutto questo? Serve a metterci in armonia con energie che trascuriamo costantemente, energie che si possono liberare ed essere utilizzate per altri scopi, per il nostro benessere.

Capisco che possono apparire come cose antiquate o di superstizione, ma provate a farlo e cercate di sentire se dopo vi sentite meglio. Se vi fa bene, e non fa del male a nessuno, perché non farlo? J

Percorsi


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Quando ci troviamo a dover guardare a quanto abbiamo fatto fino adesso, ci accorgiamo che sicuramente, qualcosa non l’abbiamo fatta. Ci accorgiamo anche di aver fatto qualcosa che non avremmo dovuto fare. In entrambi i casi, guardiamo ai fatti come ad una sconfitta, ad un errore, ad una mancanza. In un certo senso, questo ci da la misura della nostra umanità, intesa come un qualcosa di non compiuto, di non finito, di non perfetto. Sappiamo di non esserlo, sappiamo di avere mancanze, per questo continuiamo ad apprendere, sia dalle esperienze dirette che dalle letture. Per i giovani, la causa può essere la mancanza di esperienze, per i meno giovani, può essere un mancato apprendimento esperienziale. Sappiamo di fare le esperienze che il nostro percorso di vita ci mette dinanzi. Sappiamo di affrontare e superare, quando ci è possibile, gli ostacoli che la vita ci pone dinanzi, ma sappiamo anche che le nostre esperienze non sono tutte le esperienze. Ognuno vive le proprie, in base al proprio karma, alla propria condizione di nascita. Così ci è difficile capire chi vive esperienze distanti dalla nostra. Non misuro quanto sia profonda o felice, o dolorosa, l’esperienza mia o di altri, mi posso basare soltanto sulla mia esperienza, sul mio modo di percepire gli altri, di cercare di capirli, ma è difficile capire lo stato d’animo degli altri. Questo perché le nostre esperienze sono proprio limitate a quanto riusciamo a vivere ed a quanto riusciamo ad essere aperti nei confronti degli altri. La sofferenza è diffusa nel mondo più della gioia, e prendere coscienza di questo è già di per se doloroso. Spesso mi chiedo cosa posso fare per gli altri, per aiutare, per fare qualcosa di utile di questa vita, e trovo anche risposte che mi spingono a continuare a leggere, studiare, seguire maestri di saggezza, vivere esperienze che mi possano far capire, ma non basta, non basta mai. Mi ritrovo sempre un passo indietro al momento in cui sentirmi capace. Agisco, opero, faccio, trasmetto, eppure rimane sempre un senso di mancanza, di qualcosa che non ho ben capito, di qualcosa che non ho ben dato. Allora mi chiedo dove mi perdo, dove manco, dove devo agire per migliorare, e ricomincio a scavare nei fossati della mia mente, nel silenzio di una meditazione, o nelle pagine di un libro, o parto in viaggi per incontrare un maestro che possa illuminarmi. Nulla di tutto questo mi affatica però, anzi, mi da energia, forza, caparbietà. Se altri hanno capito, perché io non posso? Se altri sanno, perché io non devo sapere? A volte mi spingo oltre quelle che ritengo siano le mie possibilità, e spesso ne esco abbattuto, ma mai sconfitto, perché più tardi, so che ricomincerò, e che rifarò un altro percorso, un’altra strada e che prima o poi troverò soluzione. Devo solo superare ciò che la mia mente chiama insuperabile. E continuo, senza posa.

 

 

Foglie secche


 

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E allora rendiamo il tempo che rubiamo all’eternità. Ci raccogliamo come secche foglie attorno al tronco delle nostre esperienze, senza pensare che un attimo di esistenza si è consumato dietro un rincorrere di speranze senza senso. Coinvolti in un mare di credenze, cerchiamo di dare un senso al nostro respirare, senza accorgerci che ogni respiro è parte di un infinito e di una eternità che non raccoglie masserizie per il lungo inverno. Quando il freddo ci accompagna al fuoco, ci manca amore, quando la sete ci accompagna alla fonte, ci manca compassione. Ogni cosa si mischia con il nostro senso di tempo, e ci porta a compiere azioni senza fine, finché un giorno siamo dinanzi ad essa. Nulla finisce. Ce lo dicono i Saggi, ma termina per noi oscuri viandanti, la cognizione di essere qualcosa oltre le nostre credenze. E allora rendiamo il tempo all’eternità, che non ne ha alcun bisogno. Siamo capaci di pensare di cavalcare un’onda, e questa esistenza appare in questo modo illusorio, ma l’onda è giù, è già Oceano. Piccoli frammenti di acqua scagliati nei cieli delle nostre fantasie. E ci leghiamo al tempo che ci serve per essere sbalzati in aria e per ritornare Oceano. Ecco, questo mi appare tempo, e non altro. Meticolosamente abbiamo appreso a dargli misura, ed in essa agire come se il tempo esistesse di per sé. Se il tempo esistesse potrei comprarne un po’, se fosse materia potrei riempirne un barattolo, ma dov’è il tempo se non nel comprendere che è qualcosa che buttiamo via? Vecchie e nuove credenze ci coinvolgono e ci sconvolgono, aggrappandosi alla nostra illusorietà e facendoci vedere città invece che sabbia.  Ma va bene la città, va bene l’illusione, ci appare come qualcosa. Il vuoto, il senso del non-qualcosa, non lo comprendiamo. Forse avendo altro tempo… illusioni. Se non riusciamo a liberarci dalle nostre credenze, il tempo è padrone. Prigionieri di noi stessi. Prigioni create per noi da altri che hanno più illusioni di noi.  Ce le vendono, ce le regalano, sono prigioni che hanno qualcosa che brilla, come l’oro, ma ormai dovremmo sapere che si tratta sempre e solo di illusioni.  Le nostre credenze sono dure a morire, più dure della stessa morte che accoglierà questo corpo. Avrà un bel da fare per dimostrami, quando sarà il tempo, che anche io sono morto. E per convincermi, dovrà dimostrarmelo senza tempo.

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