Vuoto e Vacuità


galassia-neurone

Una delle parole che fanno parte di un comunicare diverso è ‘vuoto’. C’è sempre in noi, si dice, una marea di pensieri che non ci permettono di rilassarci, di trovare un attimo di respiro senza nulla pensare. Questa parola è causa di molte interpretazioni errate. Quando di qualcosa si dice ‘vuoto’ significa che non vi è nulla se non l’aria che la completa, se è parte di materia. Questa parola è associata a uno stato mentale. Si dice che la meditazione, per essere efficace, deve raggiungere lo stato di vuoto. Così, chi vuole sperimentare questo stato, lotta, anche se con calma, contro i pensieri, fino al punto di creare questo vuoto. Una volta realizzato lo stato, si rimane in assenza di pensieri, e si ottiene ciò che si stava cercando, cioè il vuoto. Nessun pensiero, nessuna sensazione, nessun disturbo, nessun movimento. In questo momento, si è diventati un pezzo di legno secco, caduto da un albero. Quindi lo scopo della meditazione è di diventare un pezzo di legno? Un’esortazione di un maestro a un discepolo recita proprio così: Lasciati andare come un pezzo di legno secco.

Ma la meditazione non è diventare un pezzo di legno, non è acquisire questo stato di vuoto. La traduzione corretta dello stato meditativo è ‘vacuità’.

La vacuità non è vuoto. E’ non-presenza. Non presenza di attenzione a ciò che accade nella mente. La vacuità è uno stato di leggerezza del contenitore dei pensieri. E’ uno stato d’indefinibilità dei processi mentali e degli attaccamenti che ne derivano. Che ci siano pensieri o meno non ha alcuna importanza. L’attenzione acuta che permette ai processi mentali di essere seguiti, è rilassata. Non c’è interesse a ciò che accade, si rimane in uno stato di vacuità dove vi è un flusso di vacuità. Non qualcosa che esiste o non esiste, non ha importanza. In questo stato si amplia la coscienza di sé. Avviene spontaneamente, perché abbiamo realizzato uno stato di calma mentale e di vacuità. Si dice che l’unione di vacuità e compassione, producano saggezza. Ma questa compassione non è da ricercare, deve emergere spontanea in questo stato. Non si chiede di essere buoni o di non esserlo. La vacuità permette il sorgere di compassione. Il vuoto permette il sorgere d’ignoranza. La differenza è difficile da percepire, ma finché non si percepisce questo stato, si continuerà a vagare nel vuoto.

Annunci

Ciò che conosce la mente


 

 mandala

La mente, con i suoi pensieri, e con tutti i suoi aggregati, è l’unica cosa che percepisce. Ciò che ci circonda è percepito, noi non siamo percepiti dalla terra, dal fuoco, dall’acqua o dall’aria. Siamo noi che percepiamo ogni cosa. In effetti, i cinque elementi che ci contengono e che ci danno vita, non percepiscono nulla. Il fuoco non ci sorride quando ci scaldiamo, sorride la nostra mente per il piacevole tepore che prova il corpo, e così è per gli altri elementi. E quindi, a meno che nel corpo non vi sia una mente pensante, nemmeno il corpo percepirebbe nulla. Allo stesso tempo, nemmeno i nostri cinque sensi percepiscono qualcosa. Perché se dietro di essi non vi fosse una mente, non percepirebbero nulla. Così si realizza che senza una mente, l’intero mondo, l’intero universo, sarebbe del tutto vuoto, o meglio, non essendoci nulla che lo percepisce potrebbe esistere e non esistere perché nulla starebbe a stabilire tutto questo. Potrebbe esistere la materia, ma la materia non conosce, è conosciuta solo da una mente. Quindi risulta che c’è solo una cosa più importante della mente ed è la Natura della Mente, la natura del Buddha. Tutti gli esseri senzienti, insegna il Dharma, hanno la natura del Buddha. In tutti gli esseri senzienti, anche il più piccolo. Questa Natura è in ognuno nella stessa qualità e quantità. Il Buddha non ha qualità di buddhità o quantità superiore a nessun essere senziente. La Natura di Buddha è identica in tutti gli esseri senzienti. Questo concetto è duro da comprendere, ma questo viene insegnato nel Dharma. La differenza la fa la mente dell’essere, la mente pensante, la mente che si regge sul pensiero dualistico. Ogni differenza da questo stato è dato dalla nostra capacità di essere vicini o distanti dalla nostra reale Natura. Più ne siamo lontani, più viviamo vite che ci appaiono povere, sia di spirito che di materialità. Più siamo vincolati al dualismo più siamo lontani dalla nostra Natura. La meditazione deve portare a comprendere la nostra Natura, serve per questo. Non si può comprenderla subito, perché come scrivevo in precedenti post, dobbiamo prima liberare la mente ed il karma che ci impedisce di sperimentarla, ma questa è la via per aprici alla buddhità.

 

 

 

 

 

Foglie secche


 

albero_autunno1

E allora rendiamo il tempo che rubiamo all’eternità. Ci raccogliamo come secche foglie attorno al tronco delle nostre esperienze, senza pensare che un attimo di esistenza si è consumato dietro un rincorrere di speranze senza senso. Coinvolti in un mare di credenze, cerchiamo di dare un senso al nostro respirare, senza accorgerci che ogni respiro è parte di un infinito e di una eternità che non raccoglie masserizie per il lungo inverno. Quando il freddo ci accompagna al fuoco, ci manca amore, quando la sete ci accompagna alla fonte, ci manca compassione. Ogni cosa si mischia con il nostro senso di tempo, e ci porta a compiere azioni senza fine, finché un giorno siamo dinanzi ad essa. Nulla finisce. Ce lo dicono i Saggi, ma termina per noi oscuri viandanti, la cognizione di essere qualcosa oltre le nostre credenze. E allora rendiamo il tempo all’eternità, che non ne ha alcun bisogno. Siamo capaci di pensare di cavalcare un’onda, e questa esistenza appare in questo modo illusorio, ma l’onda è giù, è già Oceano. Piccoli frammenti di acqua scagliati nei cieli delle nostre fantasie. E ci leghiamo al tempo che ci serve per essere sbalzati in aria e per ritornare Oceano. Ecco, questo mi appare tempo, e non altro. Meticolosamente abbiamo appreso a dargli misura, ed in essa agire come se il tempo esistesse di per sé. Se il tempo esistesse potrei comprarne un po’, se fosse materia potrei riempirne un barattolo, ma dov’è il tempo se non nel comprendere che è qualcosa che buttiamo via? Vecchie e nuove credenze ci coinvolgono e ci sconvolgono, aggrappandosi alla nostra illusorietà e facendoci vedere città invece che sabbia.  Ma va bene la città, va bene l’illusione, ci appare come qualcosa. Il vuoto, il senso del non-qualcosa, non lo comprendiamo. Forse avendo altro tempo… illusioni. Se non riusciamo a liberarci dalle nostre credenze, il tempo è padrone. Prigionieri di noi stessi. Prigioni create per noi da altri che hanno più illusioni di noi.  Ce le vendono, ce le regalano, sono prigioni che hanno qualcosa che brilla, come l’oro, ma ormai dovremmo sapere che si tratta sempre e solo di illusioni.  Le nostre credenze sono dure a morire, più dure della stessa morte che accoglierà questo corpo. Avrà un bel da fare per dimostrami, quando sarà il tempo, che anche io sono morto. E per convincermi, dovrà dimostrarmelo senza tempo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: